Cristina Maran, Parole in Barattolo: birdsong during the lockdown

Undici settimane: il mio lockdown

Settantasette giorni fa, iniziava il lockdown. Quel giorno, ero consapevole di tutte le cose a cui avrei rinunciato in questi mesi. Le passeggiate, gli aperitivi con le amiche. Alcuni progetti di lavoro a cui tenevo molto. I viaggi, le cene fuori, la mia libreria preferita. Le fotografie. Gli abbracci.

Quello che non sapevo, era che ne avrei fatte molte altre. Alcune per la prima volta.

In queste undici settimane ho sperato, e pregato, per persone che non ho mai conosciuto. Mi sono immersa nella solitudine. In certi momenti, sono quasi affogata tra i miei pensieri.

Ma ho anche ascoltato musica. Scritto e letto moltissimo. Ho cucinato, e intendo cucinato per davvero: finora, la mia idea di cena fatta in casa equivaleva a scongelare un minestrone.

Ho ballato a piedi scalzi in cucina. E ho bevuto vino, quasi ogni sera (potrebbe esserci una connessione tra le due cose). Ho lavorato tanto, e certi giorni per niente. Ma più di tutto, mi sono lasciata cullare dal silenzio che ha avvolto ogni cosa. Le strade. Le città. Il mondo intero.

È stato strano, e bello, svegliarmi ogni mattina senza il rumore del traffico. Nel dormiveglia, ho iniziato a distinguere i suoni provenienti dal mio giardino. Fruscii. Trilli. Gorgheggi e cinguettii. Piccole note allegre e irriverenti. Ora alte, ora basse. Instancabili, tenaci. A volte nostalgiche.

Chissà perché, non avevo mai pensato che ogni uccellino potesse cantare a modo suo.

Articoli correlati: My bitter sweet quarantine

Rispondi