Scrivere bene, foto deserto

Parole erranti

Ti sei mai chiesto quanto ha viaggiato una parola prima di arrivare fino a noi? Da dove è partita? Quanti luoghi ha toccato, con quante altre lingue si è mescolata?

Le parole sono il nostro modo di raccontare il mondo: dietro a ogni suono, a ogni espressione, si celano i cambiamenti, la storia e le passioni che rendono nazioni e persone così diverse l’una dall’altra. Alcune espressioni durano nel tempo, altre invece sono passeggere, destinate a seguire la moda e poi a scomparire.

La nostra lingua definisce le nostre radici. Ci appartiene. Il nostro compito è averne cura, assaporarne il suono, la musicalità. Accettarne i cambiamenti, quando sono inevitabili. E usarla con misura, gentilezza e attenzione.

Da dove cominciare?

Per scrivere e parlare bene, bisogna prima di tutto conoscere gli errori da evitare: le leggerezze linguistiche in cui rischiamo di imbatterci sono moltissime, ma ce ne sono alcune talmente ricorrenti da passare (quasi) inosservate.

Scrivere bene: 6 cose a cui fare attenzione

1) Congiuntivi decadenti

E’ appurato: da anni, ormai, il congiuntivo è in crisi. Da dove deriva la sua decadenza? Forse dalla pigrizia. Dalla fretta con cui parliamo e scriviamo. O magari dall’eccesso di certezza che contraddistigue la nostra società. Nessuno, oggi, si mette più in dubbio con un “Penso che sia…” o un “Temo che si tratti… ”: chi è cauto, teme di passare per incerto.

Eppure, il poco riguardo per i periodi ipotetici sta portando a un’inversione di marcia: in un mondo in cui tutto si può comprare, un congiuntivo al posto giusto diventerà presto più sexy di un paio di Louboutin.

2) Maiuscole servili

Sono le maiuscole che spuntano alla fine di un verbo e servono a indicare rispetto: “Sperando di farLe cosa gradita…”; “vorremmo invitarLa…”

L’intenzione è mostrarsi cortesi, ma l’effetto estetico non è dei migliori. Lo stesso discorso vale per la maiuscola servile nei pronomi. L’unica circostanza in cui possiamo tollerarla è quando aiuta a evitare fraintendimenti:

“Gentile Signor Bianchi, abbiamo invitato Ken Follet, scrittore di fama internazionale, al nostro prossimo congresso, in programma per il 1 luglio. Confidando nella Sua presenza…”

In questo caso la maiuscola serve a non creare confusione: la conferma ci serve dal Signor Bianchi e non da Ken Follet. Sempre sperando che lui si presenti 😉

3) Articoli invadenti

Per antica abitudine, gli italiani – soprattutto i lombardiusano l’articolo determinativo davanti ai nomi propri. “La Francesca è venuta a trovarmi ieri”, “Mi ha detto la Giulia che sei tornato”.

Molti italiani (quasi tutti) mettono invece l’articolo davanti ai cognomi femminili: Monica Bellucci diventa così “La Bellucci“, mentre Raoul Bova non diventerà mai “Il Bova”.

Nel parlato possiamo chiudere un occhio (io stessa mi rivelo una discreta consumatrice di articoli: a mia discolpa, sono lombarda). Ma quando scriviamo, non dimentichiamoci di mettere in fuga refusi e articoli inopportuni.

4) Sostantivi con troppa sostanza

Spesso usiamo troppe parole, anche quando non serve. Ecco qualche esempio di enfatizzazione non richiesta:

Sincera verità” = una verità non sincera è una bugia.
Attività di formazione” = formazione può bastare.
Critica costruttiva” = una critica è una critica, altrimenti, sarebbe un consiglio.
Dibattito a più voci” = un dibattito a una sola voce è un monologo.
La mia opinione soggettiva” = se non fosse soggettiva, non sarebbe un’opinione.

5) Avverbi che finiscono in -mente

Diffidate dagli avverbi che finiscono in -mente: rendono difficile la lettura e appesantiscono il testo; entrambi buoni motivi per limitarli il più possibile.

Quasi sempre hanno dei sostituti, più leggeri e originali. Eccone alcuni:

Estremamente” = molto.
Continuamente” = di continuo.
“Sicuramente” = senza dubbio.
Precedentemente” = prima.

6) Scrivere bene: inglesismi ossessivi

Non c’è niente che non vada nell’inglese: solo, non è la nostra lingua.

Di vision, mission, conference e location, ormai è piena l’Italia. E va bene, perché le lingue sono per natura impure, e perché dobbiamo accettare l’inevitabile. Ma non dobbiamo esagerare.

Perché complicarsi la vita (e la pronuncia) con termini come coffee break, abstract e review quando abbiamo a disposizione parole piacevoli come pausa caffè, sintesi e revisione?

L’italiano rappresenta le nostre radici, la nostra storia, ciò che ci identifica e ci accomuna. Se vogliamo proteggerlo, dobbiamo conoscerlo, apprezzarlo e rispettarlo. Ma soprattutto, dobbiamo scriverlo e parlarlo.

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