Il sogno di Andrea Albanese | Episodi d’arte, un racconto per Artebella

Strade deserte, cieli immobili, muri scrostati. Davanti a noi, una ex linea ferroviaria taglia l’aspro panorama a metà, inseguita dal fiume Olona che scorre verso il fondovalle.

Siamo nella zona industriale di Varese, un’area collinare costellata di vecchie fabbriche, alcune dimenticate, altre ancora funzionanti. Qui, tra i capannoni, risuona buona musica da un fabbricato senza insegna. È la home gallery di Andrea Albanese, artista, scultore e interior designer.

Andrea Albanese studio
atelier pittore varese
studio Albanese
studio artista varese

La sua è un’arte raffinata, che vive di strati di materia depositati con pazienza su tele e oggetti. Ma la sua storia non ci parla soltanto di arte. Ci ricorda di rincorrere i nostri sogni, di non smettere di desiderare una vita diversa. Di non scendere mai alla prima fermata, anche se sembra la più comoda.

Da un racconto scritto per Artebella, “C’era una volta un artista – Il sogno di Andrea Albanese”

C’era una volta un artista

Andrea Albanese

Andrea Albanese foto

“Non si vive di sola arte”. Me l’hanno ripetuto così tante volte che avevo quasi finito per crederci.

Sono passati vent’anni ma ancora mi pare di sentirle, tutte le quelle voci che mi ripetevano quanto fosse assurdo quello che mi ero proposto di fare: lasciare il mio lavoro e diventare un artista a tempo pieno. Io che non avevo mai frequentato un’accademia. Io che non avevo le giuste conoscenze, io che con un gallerista non avevo nemmeno mai parlato. Che poi, con l’arte non si mangia, si sa. Con i pennelli, mi dicevano, non ci compri nemmeno le scarpe.

Avevo una palestra, allora, e fu lì che conobbi Sergio. È a lui che devo la spinta per il salto nel vuoto più magnifico e spaventoso della mia vita. Oltre a una genuina passione per lo sport, che lo portò ad incrociare il suo destino con il mio, Sergio Piol aveva una grande azienda, e si occupava di realizzare cataloghi per artisti. Di opere, i suoi occhi, ne avevano viste tante. Eppure, o forse proprio per questo, i quadri che mi accontentavo di esporre alle pareti della mia palestra colpirono la sua attenzione.

Così, una sera, si sedette di fronte a me e, senza mezzi termini, mi disse “Andrea, è ora di saltare”. Avete presente quella spinta che ti serve quando te ne stai su aereo a 4.500 metri e devi buttarti nel vuoto con un paracadute? Beh, forse no, ma provate a immaginarla. Sei lì, seduto con le gambe a penzoloni, e pensi che ci sei salito tu su quell’aereo. Sei tu che volevi essere lì più di ogni altra cosa. Eppure. Qualcosa di enorme ti blocca. Paura dell’ignoto, il terrore che il paracadute non si apra, un viscerale istinto di sopravvivenza che non sapevi neanche di avere.

Immaginate tutte queste emozioni mischiate insieme, che si condensano alla bocca dello stomaco. Vi assicuro che, una volta arrivato a quel punto, tutto quello che vorresti è far atterrare quel maledetto aereo e tornare ad appoggiare i piedi per terra. Anche se ormai sei così vicino. Anche se saltare era l’unica cosa che pensavi di volere.

È allora che l’istruttore di volo ti dà un piccolo colpo sulla spalla. Una spinta che, da sola, non avrebbe mai la forza di farti cadere; eppure, per qualche ragione, quel gesto rappresenta l’unico motivo per quale il tuo corpo decide consciamente di staccarsi dalla materia e affidarsi all’impalpabilità dell’aria.

Così, saltai.

Comprai lo spazio industriale nel quale ancora oggi realizzo i miei lavori, vendetti la mia palestra e iniziai a fare sul serio. Le mie giornate, le mie notti, i miei pensieri, le tele che ricoprivano ogni muro, perfino l’aria che respiravo, diventarono una cosa sola.

In quel periodo, mi esprimevo soprattutto tramite i materiali da recupero; ferro, legno, plastica, sabbia, perfino vecchi libri… ho sempre cercato di dare nuova vita a ciò che si butta o non si vuole più. Guardavo una vecchia spilla, un’asse di legno, un pezzo di ferro arrugginito, e “vedevo” cosa sarebbero diventati. Perché l’arte, l’ho imparato presto, non è saper fare qualcosa. È avere il coraggio di afferrare un’idea.

Per come la vedo io, le idee impregnano l’aria, esistono già. Gli artisti hanno l’ardire di catturarle, per trasformarle in qualcosa di reale, di tangibile; fino a liberare con la propria visione l’opera che racchiudono. Certo, non è facile. Ci sono quei momenti in cui tutto sembra effimero, irraggiungibile. Quegli attimi in cui inizi a dubitare di ciò che tu stesso hai creato. Momenti vuoti, bui, in cui permetti all’indifferenza del mondo di fare da padrona.

Ricordo una sera – lavoravo ancora nella mia palestra – in cui rimossi dai muri tutte le mie opere. Tutte quante, dalla prima all’ultima. Quello che volevo, era scoprire se qualcuno ne avrebbe notato la mancanza. Lo fecero tutti. E per me fu un sollievo, lo ammetto. Ma non solo. Fu anche una sorta di rivincita. Verso quegli spettatori muti, immobili, disinteressati. E anche verso me stesso. Perché io, per primo, mi ero permesso di dubitare.

Ci furono molti altri momenti come quello. Capitano a tutti, immagino. E per fortuna! Mai prendersi troppo sul serio. Mai agire come se fossimo infallibili. Come se il nostro giudizio contasse più di tutti gli altri. Per fare l’artista, per farlo davvero, occorre mettersi in discussione. Serve sbagliare, inciampare, navigare a vista. Senza cadute e ginocchia sbucciate, senza dubbi e senza paure, non si va da nessuna parte. Nel mondo dell’arte, ma anche nella vita.

Esistono tanti tipi di paure. Una delle più diffuse è la paura di fallire, di non essere all’altezza; il timore di scoprire che i nostri sogni sono troppo grandi per noi. Ma un sogno deve essere grande, e deve far paura.

Sapete, spesso mi chiedono che studi abbia fatto. E, nonostante un gran numero di esperti d’arte mi suggerisca il contrario, rispondo la verità. Dico loro che sono un autodidatta. Che tutto quello che so l’ho imparato da solo. Di solito, a quel punto, mi chiedono se non senta la mancanza di un’istruzione universitaria. A volte rispondo forse. A volte rispondo no. Vedete, il fatto è che non ho avuto alternative. Ma quando non hai binari da seguire, sei libero di fare, di sperimentare. Senza perimetri. Senza alcuna influenza esterna. E non so se baratterei una tale libertà con una serie di nozioni accademiche.

Quello che intendo è che fa paura a tutti l’idea di non essere abbastanza. Di non sapere abbastanza. Ma se hai il coraggio di guardare oltre, da quella paura puoi tirare fuori qualcosa di buono. Perché c’è sempre tempo per imparare quello che non sai. E ci sono tanti modi per farlo. Attraverso i libri, certo, ma anche per il tramite della vita stessa.

Ancora oggi, durante periodi creativi particolarmente intensi, smetto di frequentare mostre, e di leggere recensioni. Cerco di isolarmi da tutto e da tutti, per riuscire a pensare solo con la mia testa e a vedere soltanto con i miei occhi. Mi immergo nei miei timori, nei limiti che la mia stessa natura umana mi impone, e mi limito ad essere, e a sentire, lasciando che la mia arte si esprima attraverso di me.

Perché quello che conta alla fine, che conta davvero, non è vivere senza paura, ma non lasciare che la paura ci impedisca di saltare. Me l’ha insegnato un caro amico, tanti anni fa, con una piccola spinta sulla spalla.

Le opere di Andrea Albanese

Nato a Reggio Calabria nel 1962 Andrea Albanese è artista, scultore e interior designer. Attratto dalla problematicità della materia, dalla difficoltà di trattarla, non rinuncia mai al colore e alla libertà compositiva.

La sua nuova serie di opere, che rende protagonisti vecchi libri, ha conquistato molti appassionati in Italia e all’estero, nonché molti interni di prestigiose griffe di lusso. Suo, infatti, il grande pannello del nuovo Atelier Misani di via Cusani 9 a Milano, di cui ha curato l’intero allestimento.

Albanese, quadro con vecchi libri

Attraverso le sue collezioni, Andrea Albanese sovrappone materia alle parole scritte, cancella e nello tesso tempo recupera memorie, frammenti, storie. Spesso, alle sue tele, aggiunge delicate miniature, destinate a diventare i nuovi personaggi dei suoi libri.

Un racconto scritto per “Artebella – Episodi d’arte”: testo di Cristina Maran, voce di Marco Guglielmi, direction di Decatters, programma di Eleonora Confalonieri. Ascoltalo su Spotify nella raccolta “I podcast di Artebella” e scopri tutti gli episodi su Artebella.it

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